O regime o casino

L’altro giorno abbiamo espresso il dubbio che, a questo punto, persino Matteo Renzi si stia domandando perché mai s’è infilato nel vicolo cieco di una “riforma” costituzionale che non frega niente a nessuno ma potrebbe costargli la carriera politica. Ora, leggendo le cronache del suo ultimo comizio a Palermo, il dubbio diventa certezza. Finché personalizzava il referendum, minacciando la fine del governo, dunque dell’Europa, del mondo e forse dell’universo in caso di vittoria del No, c’era almeno un fatto concreto su cui discutere: le sue dimissioni il 5 dicembre. Ora invece che Mattarella, Napolitano, i sondaggisti e soprattutto i parenti stretti (terrorizzati dal suo ritorno a casa) gli han fatto ritirare la minaccia, che poi per milioni di italiani suonava come una speranza, il dibattito s’è fatto aleatorio, evanescente, gassoso. Il premier ha smesso di fare pubblicità negativa contro il No e ha cominciato, con grave sprezzo del pericolo e del ridicolo, a magnificare gli effetti balsamici del Sì: “Se la riforma passa finisce la stagione degli inciuci”, mentre “se vince il No tornano quelli che volevano fare la Bicamerale”, anzi “non succede nulla e non cambierà niente almeno per i prossimi vent’anni”. Ora, a parte la contraddizione fra il “non succede e non cambia nulla” e il “tornano quelli della Bicamerale” (che sarebbe un bel cambiamento, in peggio), non si capisce che cos’abbia Renzi contro la Bicamerale. Questa si proponeva di cambiare la Costituzione per rafforzare il governo ai danni del Parlamento proprio come vuol fare lui. E ne facevano parte insigni supporter del Sì come Pera, Urbani e Casini, oltre a B. che ha scritto questa “riforma” con lui al Nazareno prima di rinnegarla.  Il guaio è che Renzi è deboluccio in storia e si è convinto che il mondo sia iniziato il 22 febbraio 2014, quando lui salì a Palazzo Chigi. Prima, l’Italia era una landa deserta e desolata, come la Salerno pre-De Luca negli sketch di Crozza. Vagli a spiegare che, prima del suo Avvento, erano già stati modificati 43 articoli della Costituzione con 36 “riforme” (una ogni due anni), quasi sempre peggiorative (anche se non tanto quanto la sua). Un altro dei suoi refrain è che “in 70 anni l’Italia ha avuto 63 governi”, ragion per cui occorre più stabilità. Forse non sa che nella Prima Repubblica cambiavano i premier, ma il partito di maggioranza era sempre lo stesso, la Dc, che garantì la più lunga stabilità mai vista al mondo. E dimentica che quei governi sarebbero stati 62 se lui, noto alfiere della stabilità, non avesse rovesciato quello di Letta con un colpo di palazzo, senza passare per le urne.  Ma ciò che più sfugge è il senso di quel “se passa la riforma, finiscono gli inciuci”, perché la sua “riforma” costituzionale con la stabilità dei governi c’entra poco o nulla, a parte in un punto: quello che riserva il voto di fiducia alla sola Camera, levandolo al Senato. Ma il sistema elettorale della Camera non è nella “riforma”: è nell’Italicum, che lo stesso premier dice di voler cambiare senza rivelarci con quale vuole sostituirlo. Dunque nessuno può dire se la Camera produrrà governi stabili o instabili. Ma, soprattutto, nessuno può dire che li produrrà la riforma costituzionale. È vero, il “nuovo” Senato non può più sfiduciare i governi. Ma solo due governi, sui 63 della storia repubblicana, sono caduti perché sfiduciati dal Senato: quelli di Prodi. Tutti gli altri si sono sfasciati per lo sfarinarsi della maggioranza alla Camera o in entrambi i rami del Parlamento. Non solo. Immaginiamo che domattina gli italiani eleggano la nuova Camera con l’Italicum e i Consigli regionali il nuovo Senato col meccanismo della “riforma”. Per la Camera, stando ai sondaggi, Pd e M5S andrebbero al ballottaggio. Se vincesse il Pd, controllerebbe col 30% dei voti (il 20% degli elettori: 1 italiano su 5) sia la Camera (340 deputati su 630) sia il Senato (15 Regioni su 20 sono rette dal Pd), senza contrappesi: la svolta autoritaria temuta da molti giuristi. Se invece vincessero i 5Stelle, anziché il regime, avremmo il casino. Il M5S andrebbe al governo con la fiducia della Camera, ma avrebbe contro il Senato targato Pd. E siccome il Senato deve rivotare alcune leggi e può rivotare tutte le altre (a richiesta di 1/3 dei suoi membri) per cambiarle o bocciarle, il Pd potrebbe tenere in scacco il governo a 5Stelle paralizzando l’attività legislativa. E costringendolo a scendere a patti: quegl’“inciuci” che Renzi dice di aver abolito.  Questo, intendiamoci, dimostra solo che Renzi mente sia quando nega la svolta autoritaria sia quando dichiara finita l’èra degli inciuci. Ma non è detto che sarebbe una disgrazia. In democrazia il Parlamento è il primo contraltare del governo. Da due anni il democratico Obama è costretto a patteggiare col Congresso a maggioranza repubblicana. E la Merkel deve coabitare con i suoi tradizionali avversari socialdemocratici, perché col 43% dei voti non ha la maggioranza parlamentare per governare da sola (maggioranza che l’Italicum le avrebbe regalato addirittura al primo turno). Ma questo non si chiama “inciucio”, si chiama “grande coalizione”. E non si è formata “la sera delle elezioni”, quando la propaganda renziana ci racconta che è obbligatorio sapere “chi governerà per cinque anni”. Ma tre mesi dopo il voto, al termine del lungo conclave fra Cdu e Spd per verificare i termini dell’accordo di governo e scrivere nel dettaglio le leggi da approvare insieme durante la legislatura. Gli inciuci sono patti segreti fra partiti avversari che si accordano in pochi giorni o minuti, magari la sera stessa delle elezioni. Ma non sulle leggi da approvare insieme, bensì sugli affari da dividersi insieme. Vi viene in mente qualcosa, o qualcuno?

Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 23 ottobre 2016

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