Beati gli americani

Chi prende sottogamba il referendum costituzionale (“tanto cambia poco”), o ne fa una questione di partito (“io sono del Pd e la riforma è del Pd”), o di persone (“nel fronte del No ci sono anche un sacco di impresentabili”), trascura due o tre cosette. La prima è che questo voto, imponendo un Sì o un No secco alla modifica di 47 articoli della Costituzione (un terzo), spacca in due il Paese e dunque è assolutamente normale che in entrambi i fronti s’incontrino per un giorno compagni di strada che mai andrebbero a cena insieme e neppure si stringerebbero la mano. La seconda è che non si vota su una legge ordinaria, che si può sempre cambiare in pochi giorni a maggioranza semplice, ma su una nuova Costituzione destinata a durare decenni, difficilissima da modificare se non funziona; dunque, se non si ha la certezza che sia perfetta, meglio tenersi l’attuale che, bene o male, ci ha garantito 70 anni di democrazia. La terza è che i pericoli autoritari denunciati da molti giuristi e irrisi da altri non vanno misurati sull’oggi, che tutti conosciamo, ma sul domani, che ci è ignoto: malgrado le sue pulsioni caudillesche, sappiamo tutti che Renzi non ha in mente di instaurare una dittatura. Ciò che non sappiamo è cosa ci riserva l’avvenire in un paese, il nostro, che un secolo fa esportò il fascismo in tutta Europa e non è detto che non ci ricaschi. La domanda da porsi è: siccome siamo dei produttori industriali di mostri, siamo certi che la nuova Carta, incrociata con l’Italicum (che resta la legge elettorale per la Camera e che nessun foglietto firmato da un viceRenzi e da un Cuperlo può garantirci che verrà cestinato), impedirà a uno qualunque di essi di andare al governo e prendere il potere?Basta immaginare che avrebbe combinato un Berlusconi 22 anni fa se, anziché col Mattarellum, avessimo votato con l’Italicum e al posto della Costituzione del 1948 avessimo già avuto quella di Boschi&Verdini: avrebbe fatto i suoi porci comodi con poteri molto più ampi di quelli che già gli erano consentiti. Invece proprio i contrappesi previsti dalla Carta dei nostri padri e dalla legge elettorale lo costrinsero a limitarsi, rendendo conto al Quirinale (almeno sotto Scalfaro e Ciampi), al Parlamento, ai partiti alleati, alla magistratura, alla Consulta, ai referendum, alle autorità indipendenti. Contrappesi che l’incrocio Italicum-nuova Carta assottiglierebbe spaventosamente.Ora milioni di americani spaventati da Trump guardano alla loro Costituzione come a un formidabile scudo contro le mattane del neopresidente.Una Carta molto più antica (è del 1789) e molto meno modificata della nostra (appena 29 emendamenti in 227 anni, contro i 43 articoli cambiati in Italia in 68 anni). Fino all’altroieri la davano per scontata, proprio come noi fino all’avvento di B. Ora tornano ad amarla e a ringraziare gli antenati di averla scritta così democratica. Lo fa notare il giurista Fabio Ferrari sul sito Costituzione.info. Il presidente Usa è inamovibile per 4 anni (salvo dimissioni o impeachment) e non deve chiedere la fiducia al Congresso. Ma “non ha nemmeno il potere di proporre una legge al Parlamento: deve sperare che la sua maggioranza adotti leggi a lui gradite, eventualità tutt’altro che certa, anche perché non può fruire, a differenza del suo collega italiano, della questione di fiducia”. Inoltre può ritrovarsi contro l’intero Congresso che lo paralizza, com’è stato per Obama nell’ultimo biennio: ogni due anni la Camera viene tutta rinnovata e il Senato per un terzo. Il che lo costringe a continui compromessi con maggioranze politiche spesso ostili a lui su tutti i poteri costituzionali: è il presidente che nomina i giudici federali e i principali funzionari e direttori di agenzie amministrative, ma solo se il Senato (eletto direttamente dal popolo, come la Camera) è d’accordo; il presidente può mettere il veto alle leggi del Congresso, che però può vendicarsi bocciando le leggi che lui pretende. Il tutto sotto il controllo della Corte Suprema, occhiuta custode della costituzionalità delle leggi.L’idea che Trump, quando il 20 gennaio entrerà alla Casa Bianca dopo aver giurato sulla Costituzione, potrà calpestarla e fare quel che gli pare, è pura follia. Se provasse a fare un decimo di quel che ha annunciato in campagna elettorale, verrebbe respinto con perdite dal Congresso (le commissioni d’inchiesta sono davvero indipendenti e spesso costano caro al presidente, qualunque sia la maggioranza), dalla magistratura, dalla Corte Suprema, dai governi degli Stati. In una parola, dalla Costituzione che tiene ben separati i poteri perché si controllino gli uni con gli altri. Avete presente le star del cinema, della canzone, della tv, del giornalismo, della cultura e dell’arte che si sono schierate con Hillary e con lei hanno perso rovinosamente le elezioni? In Italia, dove il governo ha le mani in pasta dappertutto, starebbero tremando per le loro carriere stroncate dalle rappresaglie del vincitore. In America se ne infischiano, perché il presidente non può comportarsi da uomo di parte, e comunque non ha alcuna voce in capitolo nel cinema, nella canzone, nella tv, nel giornalismo, nella cultura e nell’arte. Ora provate a immaginare che accadrebbe se il 4 dicembre fossero gli americani, non noi, a votare una nuova Costituzione che li espropria del diritto di eleggersi i senatori, mentre il governo impone una legge elettorale che regala al presidente il controllo su Parlamento, tv pubblica, authority e altri organi di garanzia. Finirebbe con un gigantesco No, seguito da un’oceanica pernacchia. Da noi, proprio perché il governo ha le grinfie dappertutto, la partita è aperta. Perché è truccata.
Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 13 novembre 2016

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