Quel che resta del lavoro


Nessuno ci aveva avvertito. Quando nel 1998 mi presentai alla facoltà di Scienze della Comunicazione, insieme a me c’erano più o meno altri 5 mila neodiplomati. Tutti convinti che avremmo fatto i giornalisti, tutti certi che quella facoltà, così tanto di moda, così nuova, ci avrebbe preparati a diventare Woodward e Bernstein. Che futuro pieno di cose ci attendeva. Nessuno ci aveva detto l’unica cosa che contava però: eravamo troppi. Non c’era posto per tutti, punto. Il mercato dell’editoria era già in contrazione, le vendite dei quotidiani calavano, la tv come la conoscevamo aveva toccato la sua massima espansione in termini occupazionali, il web che si stava affacciando timidamente, ci sarebbe esploso tra le mani cambiando tutto per sempre. Non ci sarebbe mai stato lavoro per tutti, non c’era e non ci sarebbe stato mercato. Così come non ce ne sarebbe stato per i colleghi di economia e commercio, che guardavamo pensando a quanto fossero ciechi a non capire che erano in troppi.

MOLTI DI NOI il giornalista non l’hanno mai fatto, altri (la gran parte) a corrente alternata, muovendosi tra uffici stampa e sporadiche collaborazioni. Alcuni si sono dovuti arrendere, cambiando lavoro.

Se fosse esistito un vero orientamento, avremmo saputo che studiare il cinese o il russo avrebbe significato un’occupazione quasi certa, che era su internet che si sarebbero giocate le carte migliori nei 20 anni a venire, che più che raccontare il mercato avrebbe cercato gente che sapesse fare, manifatturieri, ingegneri, progettisti, venditori.

Anche se qualcuno ce lo avesse detto, probabilmente non lo avremmo ascoltato, perché c’è una verità di cui non amiamo parlare: vogliamo tutti fare gli stessi lavori. Siamo un paese di avvocati, giornalisti, notai, esperti di marketing, settori saturi da oltre un decennio, ma restiamo legati al concetto che siano una decina i mestieri che ti sistemano, rispettabili, stabili, veri.

Nel frattempo altri settori si espandono, creano prospettive, posti ben pagati, che rimangono vacanti per mesi per assenza di candidati credibili.

Penso alle cucine stellate che spesso faticano a trovare personale qualificato (e preparato), che pure pagherebbero a peso d’oro. L’alta pasticceria, quella in cui un cuoco guadagna tra i 2.500 e i 3 mila euro: può sembrare assurdo, ma in Italia c’è una penuria cronica di addetti all’alta pasticceria, perché cucinare i dolci è molto più complicato di qualunque altra cosa. Penso ai manager specializzati in export: il made in Italy vale miliardi, ma ovviamente all’estero, in paesi lontani (gli Emirati Arabi, tanto per dirne una, si portano via il 30% di tutto il nostro marmo), ma manca chi gestisca, organizzi, prepari questi mercati. C’è penuria di odontotecnici, c’è un settore dove la percentuale di posti vacanti tocca l’83%: gli installatori di infissi.

Sarebbe bello credere che il problema siano solo i “flussi”, che sarebbe sufficiente spostare le richieste di chi stenta a trovare lavoro verso mercati diversi, convincere chi è rimasto indietro semplicemente ad accettare lavori a cui non avevano pensato prima, per risolvere il problema, ma non è così. Non c’è abbastanza lavoro per tutti nell’Italia del 2017, questo è un dato incontrovertibile, come lo sono i dati sulla disoccupazione giovanile (quasi un giovane su due), e quelli sui nuovi assunti “dopati” dall’effetto jobs act (più assunti a tempo determinato senza art.18 non significa nuovi posti, ma solo la trasformazione di vecchi contratti), la spaccatura netta del paese in due parti con Calabria che con una disoccupazione al 58,7% è diventata ufficialmente la regione con il maggior numero di disoccupati di tutta Europa.

Incontrovertibili sono i dati sulla neet generation, i ragazzi sotto i 30 anni che non solo non studiano e non lavorano (sarebbe la condizione media di un neolaureato): i neet sono quelli che il lavoro hanno anche smesso di cercarlo, perché non ci credono più. Stanno fermi, immobili e sono quasi 2 milioni in Italia.

Non bastano le guerre dei numeri e l’ottimismo a risolvere un cancro antico figlio delle politiche di quasi 30 governi in 20 anni. Servono interventi strutturali, ovvio.

Due aspetti del mercato del lavoro sono però oggettivi e su quelli è possibile costruire, se non proprio il futuro del paese, almeno una parte. Esistono sacche di mercato in cui l’offerta di lavoro supera di molto la domanda, lavori a cui nessuno pensa perchè pochi sono adeguatamente preparati: nessuno o quasi ha studiato per quelle professioni, rite- nendole da poco. Ci sono interi mercati che potenzialmente valgono miliardi ma che non sappiamo sviluppare.

QUELLA per il primo punto è una battaglia che si combatte soprattutto a casa, nel momento in cui un diplomato deve scegliere gli studi. Se tutti vogliamo fare gli stessi lavori è anche perché così siamo stati formati, al pari dei genitori. In pochi si interrogano sulla sostenibilità di quel futuro, peggio ancora quasi nessun genitore (come la scuola) si chiede quale sia il vero talento di un ragazzo o di una ragazza.

È così che sfuggono occasioni enormi, come quelle fornite dagli ITS. Fermate 100 persone e chiedetegli cosa sono gli Istituti Tecnici Superiori, quasi nessuno saprà rispondere. Eppure tra gli studenti ITS la percentuale di impiego entro il primo anno è dell’82%, in alcuni casi sfiora il 90.

Non le vecchie scuole professionali, ma un sistema di eccellenze autentiche: 17 indirizzi (scelti sulla base delle risorse del paese, le sue eccellenze e l’andamento dei mercati) divisi su 93 istituti. Entrano studenti, escono lavoratori formati in materie con enormi richieste.

La gran parte sono istituti per le nuove tecnologie per il made in Italy: tecnici e promotori per l’alta moda (quella italiano non conosce crisi); esperti del settore agroalimentare (non solo cuochi, ma anche esperti sulle tecnologie di lavorazione e conservazione dei cibi, chimici e biologi al servizio della produzione di formaggi, vini, birre); esperti enologi (il vino italiano rimane il più esportato nel mondo, il mastro birraio è una professione molto ben pagata da quanto sono state riscoperte le birre artigianali); la meccanica, la produzione di calzature, tutto quello che è un marchio italiano.

L’ELENCO è lungo, dal potenziale enorme: gli istituti per il turismo (dove non si insegna a rispondere al telefono in inglese, ma come concepire nuove forme di turismo come l’albergo diffuso, gli ostelli 2.0, i grandi eventi); gli istituti per lo studio dell’efficienza energetica (l’energy manager, in un mondo che deve risparmiare ogni fonte, è una delle professioni in più rapida espansione); i centri per la “mobilità sostenibile”, in cui si generano i manager che prima ogni amministrazione è costretta a chiamare.

La percentuale di studenti che abbandonano gli ITS è del 22%; nelle università è del 45%. Segno di un percorso che piace. Eppure gli iscritti agli Istituti Tecnici Superiori in Italia non arrivano a 5 mila: in Francia sono 116 mila, in Germania (dove di certo hanno meno eccellenze locali) 880 mila. Dobbiamo imparare a guardarci attorno, ascoltare il mercato, ascoltare i nostri ragazzi e spiegargli che ogni la- voro ormai richiede grandi studi e può essere un’avventura meravigliosa. E dobbiamo capire che siamo seduti su di una miniera d’oro senza riuscire a sfruttarla: il nostro paese, il turismo.

IN ITALIA arrivano in media 60 milioni di turisti l’anno; in Spagna 75, in Francia 78. Non una distanza abissale, eppure in proporzione guadagnano molto più di noi da un settore in cui dovremmo essere leader: nessuno dispone di tanta varietà, città d’arte, enogastronomia, siti patrimonio dell’Unesco.

La spiegazione è nei numeri: un turista in media si ferma in Italia 2,8 giorni, in Spagna 7, in Francia 10. Loro sanno ge- stire il loro patrimonio, sanno promuoverlo, farlo fruttare, noi no, e lo si capisce dal fatto che il 70% dei turisti visita appena il 30% del nostro paese, sempre le stesse città.

Nessuno visita le rotte meno tradizionali, nessuno le promuove, e le strutture spesso si rivelano inadeguate: la Francia dispone di 600 mila camere in tutto, l’Italia un milione, ma nessuno vuole dormirci troppo a lungo.

Secondo le associazioni di categoria l’incapacità italiana di convincere i turisti a fermarsi di più vale 24 miliardi l’anno: un patrimonio che, da subito, significherebbe quasi un altro milione di posti di lavoro.

I meno consci del valore della nostra miniera d’oro, sembrano proprio quelli che ne detengono la gran parte: il Sud e le regioni costiere: su un totale di un milione di addetti al settore, la regione con più occupati nel turismo è la Lombardia con 170 mila, dei quali quasi 94 mila nella provincia di Milano. Che montagne non ne ha poche e, quanto a spiagge, non è messa bene.
Il Fatto Quotidiano, 1 Maggio 2017 NATANGELO E RUFFO

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