Per qualche grado in più


Lasciate ogni speranza. Addentrarsi nei primi capitoli de La Terra inabitabile è come fare un viaggio all’Inferno. Gironi danteschi dove si alternano siccità e inondazioni, incendi e mari che inghiottono intere città, carestie e milioni di disperati in marcia alla ricerca di cibo. Eppure non è l’aldilà, ma il mondo che verrà. Almeno secondo David Wallace- Wells, giovanissimo vicedirettore del New York Magazine e autore di questo saggio documentatissimo (solo la bibliografia degli studi scientifici consultati prende 60 pagine) sulle conseguenze della crisi climatica, appena pubblicato in Italia da Mondadori.
Cominciamo dal titolo. Davvero la Terrà diverrà inabitabile a causa del riscaldamento globale?
«Non il pianeta nel suo complesso.
Ma grandi aree, incluse molte di quelle densamente popolate, sì. In gran parte del Sudest asiatico e del Medioriente farà così caldo che sarà impossibile uscire all’aperto di giorno. E in certe zone del pianeta si potrà vivere solo importando acqua e cibo».
Oppure saranno le persone di quelle aree a cercare la sopravvivenza altrove…
«Già. Le migrazioni trasformeranno la geopolitica e le relazioni tra le nazioni. Un milione di rifugiati dalla Siria ha sconvolto gli equilibri politici europei portando al successo i partiti sovranisti. Il cambiamento climatico innescherà migrazioni cento volte più numerose: la tenuta delle infrastrutture politiche sarà messa alla prova da eventi sociali e catastrofi naturali come forse non è mai accaduto prima nella storia dell’umanità».
Il suo libro nasce da un articolo pubblicato nel 2017 sul “New York Magazine” in cui elencava le 12 conseguenze più gravi della crisi climatica. Quando ha iniziato a occuparsi di questi argomenti?
«Dal 2016 ho visto che cresceva il numero di lavori scientifici dedicati al cambiamento climatico, e ogni nuovo studio era più allarmante del precedente. Avevo l’impressione che questo senso di preoccupazione della comunità scientifica non fosse restituito dalla stampa mainstream o dai programmi tv. Così ho cercato di presentare al grande pubblico lo scenario drammatico che stavo cogliendo io».
L’articolo originale è stato criticato da alcuni climatologi che l’hanno accusata di essere stato impreciso. Che reazioni ha suscitato ora il libro nella comunità scientifica?
«Nessuno scienziato ha mosso obiezioni. Riguardo a chi aveva criticato il mio articolo originario, alcuni di loro hanno recensito il libro positivamente, ad altri ho anche mandato in revisione il manoscritto prima della pubblicazione. Ma la verità è che, rispetto al 2017, la comunità scientifica ha cambiato approccio sul clima».
In che senso?
«Due anni fa gli esperti cercavano di non spaventare l’opinione pubblica. Oggi hanno capito che è necessario dire la verità, anche se drammatica.
Come se avessero compreso che una certa dose di allarmismo può servire a motivare la popolazione ad agire. La svolta c’è stata nel 2018 con il report dell’Ipcc (il panel Onu sui cambiamenti climatici) che ha sottolineato la differenza tra un innalzamento della temperatura di 1,5 gradi e uno di 2 gradi. Quel rapporto era più allarmante di qualsiasi comunicazione scientifica sul clima fatta fino ad allora. Da quel momento sono nati movimenti come Extinction Rebellion o Fridays for Future».
Lei ha una bambina alla quale ha dedicato il libro. Ha senso mettere al mondo figli se questo è lo scenario che li aspetta?
«Possiamo ancora far crescere la popolazione mondiale e avere un buon rapporto con la Natura e il clima, a patto però di innovare il modo in cui viviamo. La mia bambina è per me una motivazione in più per seguire questa strada.
Certo, ogni bimbo avrà la sua impronta ecologica, e quella di un bambino americano è più grande delle altre. Dobbiamo fare tutto il possibile per ridurla».
Ma i comportamenti individuali possono davvero aiutare la lotta ai cambiamenti climatici?
«Solo se sono un trampolino per cambiamenti politici. Per rivoluzionare l’attuale sistema di trasporti aerei, milioni di persone nel mondo dovrebbero volontariamente rinunciare a volare, e l’intero pianeta dovrebbe volontariamente rinunciare a mangiare carne rossa per ridurre l’impatto che l’agricoltura ha sul clima. Non mi sembra praticabile.
Se si vogliono eliminare le emissioni di CO2, perché vanno eliminate e non solo stabilizzate o ridotte, serve una grande operazione politica».
Che ruolo avrà il clima nelle prossime presidenziali Usa?
«Le cose stanno cambiando rapidamente anche negli Stati Uniti. Persino Trump si sta proponendo come un campione dell’ambiente.
Sul fronte democratico il candidato alle primarie più cauto sull’argomento, Joe Biden, ha comunque una posizione molto più ambiziosa di quella dell’Amministrazione Obama pochi anni fa. Oggi tra il 70 e l’80% degli americani si dichiarano preoccupati per il cambiamento climatico e nessun politico può più ignorare il problema. La differenza è nelle soluzioni proposte».
Nell’ultima parte del libro lei lascia un po’ di spazio alla speranza e all’ottimismo. Sarà una storia a lieto fine?
«Se lieto fine significa immaginare che la Terra rimanga come è oggi, beh no, non ci sarà happy ending.
Non possiamo preservare il pianeta e il clima di oggi. Avremo un pianeta più caldo, forse di 2 gradi o forse di 5. Ma possiamo limitare i danni. Il futuro può essere molto peggio di oggi, nel caso di 2 gradi in più, ma può anche essere una vera catastrofe se la temperatura salisse di 5 gradi. Siamo noi a poter fare la differenza tra questi due possibili finali della storia».

La repubblica, 26 febbraio 2020

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