Treni e autobus gratis: si può fare!


LUSSEMBURGO — «Fuori servizio», recita in quattro lingue la macchinetta che la rivoluzione dei trasporti ha mandato in pensione. Niente più biglietti da vidimare: dal primo marzo qui si viaggia gratis. Bus, tram, treno. Con l’eccezione della prima classe ferroviaria, su ogni mezzo pubblico del Lussemburgo non si paga. E c’è quasi un’ebbrezza da luna park a scendere e salire in qualunque fermata o stazione di questo piccolo paese senza doversi curare di avere in tasca un qualsivoglia titolo di viaggio. Per l’ora X, annunciata da mesi, erano stati preparati concerti ed eventi. Ovunque manifesti che paragonano il gran giorno della tariffa zero alla scoperta della gravità. Peccato che a guastare la festa della mobilità ci sia il coronavirus: la malattia nemica del movimento rende spettrali i vagoni del tram e i bus anche qui nel Granducato, pur appena sfiorato dalla contabilità dei contagi.
«Ma è una bellissima iniziativa, ci vorrà solo del tempo e la gente capirà », dice una giovane signora con il pancione accomodata su due sedili vuoti del numero 18, appena partito da Boulevard F.D. Roosevelt. «Io ho calcolato un risparmio di quasi 450 euro l’anno, se anche gli altri fanno due conti proveranno a mollare la macchina». «I soldi non sono un tema qui», liquida Gérard, pendolare francese seduto due posti più indietro. «I lussemburghesi sono troppo innamorati dell’auto e certo non hanno problemi di denaro. Non cambieranno abitudini».
Le statistiche sembrano dargli ragione. Il Paese è primo in Europa per Pil pro capite e per consumi. Ma ha anche un altro primato: 670 auto ogni mille abitanti. «I due dati sono legati», spiega Joelle Adami, del settimanale ambientalistaWoxx .
«Ma non è solo una questione di reddito. Per decenni tutto è stato organizzato per incoraggiare l’uso delle auto: sono stati creati sobborghi improbabili da cui è impossibile muoversi se non con il trasporto privato, molta gente viene a lavorare, a studiare, ma vive altrove perché le case qui costano troppo. Dal dopoguerra sono state costruite solo strade e ancora strade». Che ogni giorno sono oppresse da ingorghi fuori misura in uno Stato più o meno grande quanto la provincia di Piacenza. Ci si mettono anche i turisti delle pompe di benzina, che passano la frontiera solo per fare il pieno a basso costo.
Ma è proprio questo sistema che il Lussemburgo vuole cambiare. Per lo meno è quanto ripete con entusiasmo il ministro dei Trasporti François Bausch, un verde che ha fatto della rivoluzione della mobilità il suo vangelo. Ha appena arringato la platea della Camera di commercio al numero 7 di rue Alcide de Gasperi e riprende volentieri le sue slide in mano: «Non si tratta solo di trasporti gratis. Noi vogliamo essere un laboratorio della mobilità anche per voi, per il resto d’Europa e del mondo, per le aree urbane. Qui si incrociano tante idee diverse del muoversi: abbiamo persone di 170 nazionalità, ogni giorno accogliamo circa 200mila pendolari dai grandi Paesi nostri vicini. Non è possibile continuare con i sistemi nati nel dopoguerra. E non vuol dire guerra alle auto. La gratuità dei mezzi pubblici è un tassello di un mosaico nuovo che integra macchine, bici, pedoni, treni, tram, bus, carpoooling ». Il prezzo dell’operazione-gratuità è relativamente modesto: il mancato incasso dei biglietti peserà per 41 milioni di euro, meno del 10% del budget totale dei trasporti pubblici: le tariffe erano già piuttosto basse e lunga la lista delle categorie esentate. In ogni caso la spesa sarà compensata con le tasse.
Non tutti però sono convinti. Come Markus Hesse, professore di Studi Urbani all’Università del Lussemburgo: «Questo è un luogo troppo particolare per dimensioni e organizzazione, dubito che possa essere un laboratorio di alcunché di valido per altri. Stiamo buttando 41 milioni di euro, quando dovremmo spazzare via i sussidi su auto e carburante, aumentare le corsie preferenziali, focalizzarci sulla qualità». I commercianti della capitale si lamentano dei lavori in corso per la nuova tratta del tram che bloccano interi quartieri e rallentano ancora di più il traffico. Mentre i sindacati sono in allarme. Il governo ha abolito bigliettai e controllori ribattezzandoli “accompagnatori”: nessun licenziato, tutti riciclati per dare informazioni ai passeggeri, garantire la sicurezza a bordo ed evitare che i senzatetto dormano nei vagoni. Ma in molti temono che alla lunga ci saranno tagli di personale. «Nessuno chiedeva di non pagare per muoversi. Prima il governo avrebbe dovuto affrontare una riorganizzazione generale dei trasporti, servendo le aree fuori della capitale e tenendo conto della crescita della popolazione», stronca Claude Feyereisen, vicedirettore di Wort, il quotidiano più diffuso. «La mobilità gratis è marketing, non una soluzione».
Per Bausch, però, il fatto che si dibatta è già un successo. «È importante per cambiare la cultura, per trovare una estetica nuova del trasporto pubblico. Il bus non deve essere l’ultima spiaggia di chi non può permettersi la macchina, ma una scelta cool. Con il nostro programma porteremo in 5 anni il 50% di persone in più sui mezzi pubblici, migliorando la qualità della vita. Voi italiani dovreste sapere di che parlo, l’amministrazione di Bologna ci provò già nel ’73».
L’idea del trasporto pubblico gratis sta prendendo nuovo vigore nel mondo. Tallinn in Estonia dal 2013 ha aperto la strada, ma limitando la gratuità ai residenti, poi Dunkirk in Francia, alcuni comuni tedeschi, diverse città Usa. Al Lussemburgo — piccolo e ricco — il primato di aver tentato l’esperimento su scala nazionale. Sempre che non affondi tra le polemiche e il fango dei cantieri.

La Repubblica, 8 marzo 2020 di Stefania Di Lellis 

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