Chi non muore si risiede



Dal 19 giugno eravamo in pensiero per Piero Fassino: trombato alle Comunali di Torino, per la prima volta in vita sua rischiava di trovarsi col culetto scoperto e di prendere freddo, il che alla sua età non è mai bello. Basta un niente, una corrente d’aria, un colpo di vento, una botta di condizionatore e arriva la costipazione. Invece per fortuna il noto rottamatore Matteo Do Nascimento è riuscito a riciclare pure lui, come “commissario all’emergenza migranti” o qualcosa del genere (si cerca ancora la supercazzola migliore per giustificare l’ennesima cadrega inutile). Del resto Fassino, a dispetto del nomignolo che gli appioppò Craxi sostituendo la “a” con la “e”, ha sempre tenuto le terga al calduccio. Quando rischia di perdere una poltrona, ne ha già pronta un’altra, per precauzione. Pare che da bambino (perché, per quanto difficile crederlo, è stato bambino anche lui) fosse imbattibile nella giostra indiana: i concorrenti siedono ciascuno su una sedia, poi parte la musica e devono alzarsi girando intorno, intanto una sedia sparisce e, quando la musica si ferma, si risiedono, tranne quello che rimane senza e viene eliminato; e avanti così finché resta in gioco il solo vincitore. Cioè Fassino. Esaminiamo attentamente la sua biografia, che merita studi approfonditi e infatti se ne stanno interessando vari zoologi specializzati nel Paguro Bernardo (il Fassino dei crostacei che, pur di trovare un tetto, s’infila nelle conchiglie altrui che trova vuote) e gli ornitologi esperti di nidificazione degli uccelli. Nato nel 1949, a 19 anni Piero s’iscrisse alla Fgci torinese e a 22 ne divenne segretario. A 26 anni, mentre i ragazzi normali entravano nel mondo del lavoro, entrò nel Consiglio comunale di Torino col Pci. Da allora, per 41 anni, è sempre riuscito a saltare da una poltrona all’altra senza mai toccare terra né mai lavorare nel senso tradizionale del termine. Consigliere comunale per 10 anni, poi consigliere provinciale per 5, perdipiù membro della Direzione e poi della Segreteria del partito, inteso come Pci e poi Pds, nel 1994 approda alla Camera per uscirne solo 17 anni dopo. Nel 1996 è di nuovo deputato e sottosegretario agli Esteri del governo Prodi. Nel ’98 ministro del Commercio estero del governo D’Alema. 
Nel 2000 ministro della Giustizia del governo Amato. Nel 2001 dimostra la sua vocazione al martirio candidandosi a vice-Rutelli contro Berlusconi. Infatti perde rovinosamente le elezioni e viene subito premiato: ri-deputato e segretario Ds. Carica che conserva fino al 2007, quando il partito confluisce nel Pd di Uòlter. Intanto nel 2006 è stato rieletto per la quarta volta e rimane a Montecitorio (si fa per dire, visto il tasso di assenteismo dell’89,4%) fino al 2008. Ma una sola poltrona, anche se non si direbbe, gli va stretta: il nostro Sederinodoro diventa “Inviato Speciale dell’Unione europea in Birmania”, carica mai esistita prima di lui e soppressa subito dopo. Però il popolo del Myanmar, così povero e denutrito, trae consolazione e giovamento dalla vista di quello scheletro, in netta controtendenza con l’opulenza occidentale. Nel 2008 Fassino torna per la quinta volta alla Camera: non male per un partito che s’è imposto il tetto di due legislature. 
Alla segreteria Pd si candida anche Grillo, ma Fassino gli lancia una sfida che farà epoca: “Grillo vuol fare politica? Fondi un partito e vediamo quanti voti prende”. Più che una sfida, una sfiga, almeno per il Pd, oggi insidiato dal partito di Grillo. Nel 2011, clamoroso al Cibali: Piero annuncia che lascia la Camera. Che il temerario voglia provare l’ebbrezza, per quanto tardiva, di un lavoro normale? Macché: vuole fare il sindaco di Torino. E viene puntualmente eletto. Siccome però ha una chiappa libera, colleziona pure la presidenza dell’Anci, l’associazione dei Comuni italiani. Massì, abbondiamo. 
In consiglio comunale, una giovane 5Stelle gli fa opposizione: lui non ha mai visto nulla di simile in 40 anni e si preoccupa per lei, teme che sia malata e le domanda come si chiami. Lei: “Chiara Appendino”. Lui, che è un tipo metodico, concede il bis della sfida-sfiga a Grillo: “Signorina Appendino, provi a sedersi sulla mia poltrona, poi vediamo quanti voti prende”. Tempo un paio d’anni e ora l’Appendino siede stabilmente sulla poltrona di sindaco, mentre Fassino deve accontentarsi di uno strapuntino di consigliere d’opposizione (prima o poi Chiara gli chiederà pure come si chiama). All’Anci, vedendolo ridotto a uno straccio, s’impietosiscono e lo confermano alla presidenza fino a metà ottobre: la carica è riservata a un sindaco e lui non lo è più dal 19 giugno, ma nessuno ha il coraggio di avvertirlo col dovuto tatto e di scortarlo all’uscita. Così lo lasciano lì un altro po’ – che è come nominare Giovanardi a capo dell’Arcigay e Lady Gaga al vertice di Comunione e Liberazione – in attesa di trovargli uno sgabello di consolazione.
Per fortuna, al governo, c’è il giovane Rottamatore, l’implacabile Rinnovatore del vecchio ceto politico, che infatti ha appena riciclato l’ex governatore emiliano Vasco Errani come Commissario al Terremoto (carica mai esistita). “A dotto’, ce sta pure Fassino, dice che nun sa cheffà. Che c’avemo per lui?”. “Provate a farlo Inviato Speciale in Birmania”. “Dice che l’ha già fatto”. “E Gran Mogol della Groenlandia?”. “Ma pesa 30 chili bagnato, dice che soffre er freddo”. “E Direttore Lavori del Ponte sullo Stretto?”. “Dice che ce sta un limite a tutto, poi lo cojona pure ‘a socera”. “Vabbè, allora facciamolo Commissario Straordinario ai Migranti, o Comandante in Capo ai Rifugiati, o Grand’Ammiraglio agli Sbarchi, o Gran Ciambellano ai Profughi, faccia lui come gli suona meglio. Dategli ufficio, scrivania, poltrona, stipendio, auto blu e tutto quel che chiede. Purché non si metta a fare campagna elettorale. Dopo Grillo e Appendino, manca pure che sfidi quelli del No e siamo fottuti”.
Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 30 Settembre 2016 

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