LETIZIA CASTA



Ieri il Pd aveva un’ottima occasione per mettere in difficoltà i 5Stelle, votando alla Camera la loro proposta di dimezzare lo stipendio a tutti i parlamentari (i più pagati del mondo) e poi sfidandoli a votare Sì alla “riforma” costituzionale che tagliuzza il numero e il costo dei senatori. Invece ha regalato al M5S un successo politico insperato, rifugiandosi nella melina del ritorno della legge in commissione per rinviarla alle calende greche: uno di quei trucchetti dilatorii che si dice di voler abolire con la fantasmagorica “semplificazione” del ddl Boschi-Verdini. L’autogol fa il paio con quello messo a segno al Senato, dove il Pd ha salvato per l’ennesima volta l’ex sindaco forzista di Milano Gabriele Albertini, ora senatore alfaniano, da una condanna per calunnia ai danni del pm Alfredo Robledo. Condannato dal Tribunale di Brescia a un risarcimento di 35 mila euro, Albertini non vuol pagare: pretende l’immunità parlamentare, anche se all’epoca del fatto non era senatore, ma solo sindaco. Una immunità retroattiva mai vista neppure nel Paese dell’impunità, almeno fino all’eventuale arrivo della nuova Costituzione, che regalerà l’immunità a sindaci e consiglieri inquisiti che riusciranno a farsi nominare senatori. È da febbraio che la maggioranza nella Giunta per le immunità copre Albertini. Fino all’altroieri la scusa era che mancavano gli elementi per decidere. Poi Robledo ha trasmesso la sentenza di condanna per Albertini al presidente Grasso, che l’ha girata alla Giunta. Ma questa ha votato contro la sua acquisizione: la sentenza sarebbe “irricevibile” perché “fornita da un soggetto terzo” (parola di uno zuzzurellone Pd, tal Giuseppe Cucca). Mario Giarrusso (M5S) ha proposto di chiederla direttamente al Tribunale, ma la Giunta ha votato contro, rinviando per l’ennesima volta il caso. Albertini è salvo, la maggioranza al Senato pure, la decenza un po’ meno, ma chissenefrega.
In compenso le due autoreti del Pd smascherano uno dei cavalli di battaglia della propaganda del Sì: la lotta alla Casta. Non è certo per risparmiare sugli stipendi dei senatori che vengono stravolti 47 articoli della Costituzione. È per distribuire 100 poltrone al riparo dai giudici agli amici degli amici che, se non fossero nominati, mai sarebbero eletti. Se lo scopo fosse il risparmio, il Senato verrebbe cancellato, con un taglio annuo di 540 milioni (2,8 miliardi a legislatura). Invece rimane, con i suoi costi di funzionamento: personale, servizi, forniture, manutenzione di sede e degli uffici decentrati.Le indennità dei 315 senatori incidono per appena 42,1 milioni lordi, su cui ciascuno paga l’Irpef (14 milioni che rientrano nelle casse dello Stato). Con la “riforma” invece avremmo 100 senatori nominati e stipendiati da Regioni e Comuni, con un risparmio netto di 42 milioni (le indennità non più versate) meno 14 milioni (le tasse non più pagate): totale 28 milioni. Il Senato versa altri 37,2 milioni per le spese di mandato: la diaria (13,6 milioni) e i rimborsi per spese generali (6,4 milioni) e altro (17 milioni). Rimborsi che, diversamente dall’indennità, spetteranno anche ai nuovi senatori. Siccome però questi saranno un terzo degli attuali, i 37 e rotti milioni si ridurranno a 12, con un risparmio lordo di 25 e netto di 20 (detratti 5 milioni di tasse non più versate). Totale del risparmio annuo: 28+20= 48 milioni, pari ad appena l’8,8% del bilancio del Senato. Lo stesso risultato si potrebbe ottenere tagliando del 10% lo stipendio complessivo di deputati e senatori, senza toccare la Costituzione. Bruscolini, a fronte di una spesa pubblica di 800 miliardi e rotti l’anno: meno di un caffè all’anno per ogni italiano maggiorenne, meno della spesa per un F-35, più o meno il costo dell’Air Force Renzi. Tantopiù che i 48 milioni risparmiati non tengono conto delle spese di trasferta a Roma dei 100 senatori nominati. Salvo i pochi residenti nella Capitale, saranno tutti in trasferta permanente, dividendosi nel doppio lavoro tra i Comuni o le Regioni e il Senato.E qui casca un altro asino. I turiferari della “riforma” giurano che il Senato farà pochissime cose e si riunirà a ogni morte di Papa. Ma basta leggere l’art. 55 della nuova Costituzione per scoprire che sono tutte balle. Il Senato “concorre all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Ue”; “valuta le politiche pubbliche e l’attività delle Pa e verifica l’impatto delle politiche dell’Ue sui territori”; “partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Ue” (cioè la maggior parte delle leggi). Senza contare l’art. 70, quello scritto in antico egizio, che prevede 22 categorie di leggi ancora obbligatoriamente bicamerali e tutte le altre facoltativamente: se un terzo dei senatori lo chiede, il Senato le rivota, cioè le cambia o le respinge. Dopodiché la Camera le vota una terza volta per annullare o recepire le modifiche. Quindi il Senato lavorerà quanto o poco meno di oggi, e volendo continuerà a riunirsi ogni settimana. Chissà quando i sindaci e i consiglieri col cappello di senatori si occuperanno delle loro città e regioni. Di certo, per ogni viaggio a Roma, si faranno rimborsare aereo o treno, taxi, albergo, pasti, lavatura e stiratura, portaborse, portavoce, consulenti, segretarie, uffici. E così i 48 milioni di risparmio si assottiglieranno a una trentina. La metà dei 61 che risparmieremmo con la proposta dei 5Stelle per dimezzare lo stipendio a tutti i parlamentari (peraltro identica a quella lanciata da Renzi prima di diventare premier). Mantenendo l’equilibrio fra Camera e Senato. E soprattutto salvando la Costituzione.

Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2016

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