Cosa verrà dopo il Movimento 5 Stelle?


sondaggi hanno cominciato a registrare un’inversione di tendenza che mostra come ormai sia evidente il rischio di un rapido disfacimento dell’esperienza politica del Movimento 5 Stelle. L’affare Raggi è l’apoteosi di un progetto politico caratterizzato da tratti marcati di improvvisazione organizzativa, crescenti derive autoritarie, comportamenti al limite della legalità e relazioni opache e poco trasparenti. Per continuare a sostenere la tesi della funzione positiva del grillismo come strumento di cambiamento della politica nazionale, è chiaro che oggi non si può più continuare a legittimare errori, ingenuità e autoritarismi in nome della constatazione che “gli altri sono peggio di noi”. Chi ha votato il Movimento 5 Stelle non voleva qualcosa di meno peggio, ma di meglio, e anzi spesso molto meglio, di quanto offerto dal decadente panorama politico post berlusconiano. Oggi quel molto meglio rimane una chimera costantemente rivendicata a parole, ma tragicamente sconfessata dai fatti.


Per quanto allora sarà possibile aggregare ancora consenso in funzione di mero contrasto a personaggi e ceti politici indigeribili? E, in modo ancora più esplicito, quali sono gli orizzonti che si aprono dopo il fallimento della prima fase di ascesa politica del Movimento?
Il primo è continuare a rivendicare una diversità che giorno dopo giorno si fa sempre più fatica a vedere ed è spesso contraddetta da pratiche opache di gestione quotidiana degli affari pubblici. E’ la tentazione della performance teatrale che si colloca in piena continuità con venti anni di pubblicità berlusconiana. Ma l’esperienza recente del referendum costituzionale dimostra che le promesse non mantenute stancano presto. Un gran numero di persone che hanno votato per il Movimento 5 Stelle desiderano un cambiamento vero della politica italiana, non assistere a un teatro di avanspettacolo o presa in giro collettiva. Continuare a ascoltare lo slogan di ‘uno vale uno’, e vedere poi che uno decide per tutti è operazione logorante anche per chi ha deciso di fare di pazienza virtù come scelta di vita. Le prossime elezioni rischiano di conseguenza, seguendo questa strada, di segnare il punto di non ritorno di un’esperienza politica che ha rappresentato per molti l’ultima occasione per costruire un’Italia migliore e che rischia, una volta conquistati un certo numero di seggi, di produrre un’ennesima classe dirigente che lotta con i denti per perpetuare i propri privilegi.
Il secondo orizzonte consiste nel trasformare un movimento carismatico e autoritario in un partito realmente democratico in cui le classi dirigenti sono selezionate in base al merito e alle capacità e non al caso. Il movimento della democrazia 2.0 diventa in questo scenario una rete di laboratori politici dal basso in contatto non solo con il vertice ma con le parti migliori della società civile: le associazioni, la scuola, l’imprenditoria sociale, eccetera. Un partito che seleziona il proprio ceto dirigente in questo modo ha il vantaggio di presentarsi di fronte agli elettori con una vera legittimazione sociale. Ma questo percorso significa anche smettere di cercare il colpo di teatro, lo slogan facile, la politica ridotta a battuta da cabaret. Vuol dire intraprendere un percorso di democrazia autentica, che ridimensiona la verticalizzazione della catena gerarchica che si sta stringendo al collo del movimento. Non sono le elezioni di primavera il traguardo di questo tragitto, ma la costruzione di un progetto che duri nel tempo e non abbia i piedi di argilla, ma zampe di elefante piantate nel terreno.
Il terzo orizzonte infine è rappresentato dalla scelta più radicale: lo scioglimento del movimento lasciando che le energie positive che lo hanno animato cerchino nuovi canali di espressione. Sarebbe una presa di atto che i temi che la politica deve oggi affrontare sono troppo seri e importanti per essere governarti da un populismo 2.0 che nessuno scienziato politico serio si sognerebbe mai di scambiare per vero processo di rinnovamento democratico. Può sembrare una soluzione che è un’ammissione di sconfitta. Ma se è vero che la politica deve nutrirsi di valori, l’ammissione dei propri errori più che un demerito dovrebbe essere vista come un insegnamento rivolto a coloro che seguiranno. Si può essere animati delle migliori intenzioni ma si può sbagliare. E sbagliare significa prendere atto che ci sono altre strade e che è giusto che altri possano immaginare nuove linee di orizzonte possibili.

Luca Fazzi, Il Fatto Quotidiano, 6 febbraio 2017

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