Omnia sozza sozzis

L’altra sera, ospiti di Lilli Gruber a Ottoemezzo, il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari e l’ex direttore del Corriere Paolo Mieli hanno tirato in ballo a freddo il Fatto Quotidiano.

Scalfari, rinnegando trent’anni di battaglie politiche, stava invocando una maestosa ammucchiata per la prossima legislatura, a sostegno di un nuovo governo Renzi (non più “pericolo autoritario”, ma “ottimo premier”): “Un’alleanza con tutta la sinistra, da Vendola (ma forse voleva dire Pisapia, avvocato del suo editore De Benedetti e beniamino di Repubblica, ndr) a Renzi ai moderati Alfano, Parisi e Berlusconi”. Testuale. Di Verdini non ha detto nulla, ma si immagina che, se è “moderato” Berlusconi, lo sia anche lui.

Tutti dentro, avanti c’è posto.

Questa Union Sacrée (si fa per dire) dovrebbe servire, secondo gli auspici del Vate, a escludere dal nuovo arco costituzionale “Grillo e Salvini” cioè “i veri nemici della democrazia, perché vogliono uscire dall’euro”. E ho detto tutto. Mieli faceva osservare che non è detto che l’inciucione abbia la maggioranza, visto che purtroppo gli antidemocratici Grilloesalvini (tutto attaccato: ormai sono considerati un tutt’uno, anche se non si parlano che per insultarsi) hanno il brutto vizio di prendere molti voti. E poi ci sono “ambienti come quelli del Fatto” che remerebbero contro.

Noi, lo confessiamo, abbiamo subito gonfiato il petto di orgoglio, al pensiero che il nostro piccolo e agguerrito giornale, dopo la battaglia vinta contro la schiforma costituzionale prima osteggiata poi sostenuta da Scalfari, riuscirà a impedire anche quest’altro obbrobrio. Ma alla parola “Fatto” l’Eugenio è scattato come la rana di Galvani alla scossa elettrica: “Ma il Fatto è grillino, è chiaramente grillino!…”. Stava quasi chiamando i carabinieri per farci arrestare, quando Mieli l’ha interrotto: “…chiaramente grillino e con addentellati nel mondo della magistratura e in parte della sinistra”.

Siccome molti lettori ci hanno scritto indignati, rassicuriamo sia loro, sia Scalfari e Mieli. Comprendiamo che la nostra stessa esistenza in vita turbi i sonni di chi lavora a grandi progetti politici, architetta alleanze, disegna coalizioni in aria, suggerisce all’orecchio dei leader (anche noi qualche buon consiglio lo diamo, anche se di solito nessuno lo segue). E comprendiamo pure l’ansia di incasellarci, apparentarci, affiliarci a questo o quel partito, movimento, ambiente, palazzo. Per noi non c’è migliore divertimento che spiazzare e deludere i nostri etichettatori.

Ci dipingono come “grillini”? E come spiegano che alcuni dei principali casi che riguardano i 5Stelle (quelli veri, non quelli inventati) – dalle accuse a De Vito alla consulenza per l’Asl di Civitavecchia dimenticata dalla Raggi; dall’intervista suicida di Marra sulle raccomandazioni chieste per entrare nei servizi, alla polizza di Romeo pro sindaca – li abbiamo rivelati proprio noi? Era già accaduto quando ci appiccicarono la targhetta di “giornale dei pm”, salvo scoprire che ne criticavamo parecchi e ne venivamo querelati. Quando eravamo “il giornale di Di Pietro”, ma poi criticavamo anche lui, quando lo meritava. Quando eravamo “il giornale di Ingroia”, ma poi cercavamo di dissuaderlo dall’entrare in politica. Per qualche tempo fummo persino “renziani” (me lo disse Stefano Fassina in tv), solo perché di Renzi apprezzavamo alcune premesse e promesse, poi purtroppo smentite dai fatti. Ora, per carità, non possiamo attenderci che Scalfari, definito a suo tempo da Indro Montanelli “un grande impresario di giornali, perché il giornalista è un’altra cosa”, riesca a concepire un giornale libero e indipendente, che dà tutte le notizie senza mai domandarsi cui prodest?: da uno che è stato fascista, antifascista, radicale, socialista, filocomunista, filocraxiano, anticraxiano, demitiano, occhettiano, dalemiano, veltroniano, prodiano, ciampiano, napolitaniano, montiano, bersaniano, lettiano e ultimamente renzian-draghian-bergogliano, sarebbe troppo pretendere. Chi non è abituato all’indipendenza e alla coerenza fatica a comprendere quelle altrui.

Come dice Massimo Fini, “omnia sozza sozzis”.

Il 29 settembre scorso Scalfari rivelò su Repubblica un retroscena della “guerra di Segrate” del 1990 tra B. e De Benedetti per il controllo di Mondadori: “Scoppiò il caso delle spese legali, che ammontavano a 50 milioni in lire” e Berlusconi non voleva pagarle, allora “dovetti intervenire io e dopo molti suoi rifiuti riuscii a persuaderlo promettendogli e dandogli la mia parola d’onore che se lui accettava di pagare le spese legali io l’avrei trattato d’ora in avanti come un socio cioè eventuali notizie che lo riguardassero sarebbero state anzitutto rese note a lui che ne dava la sua interpretazione dopodiché l’inchiesta sarebbe andata avanti come sempre accade in tutti i giornali. Lui ci pensò qualche minuto e alla fine mi disse che accettava e il mio impegno durò fino a quando divenne presidente del Consiglio”.

E così i lettori di Repubblica, con 26 anni di ritardo, scoprirono che il giornale-bandiera dell’antiberlusconismo aveva avuto per anni Berlusconi come socio occulto.

Questa è la differenza fondamentale fra la nostra idea di giornalismo e quella di Scalfari (che per il resto è molto più bravo di noi): fra 26 anni, se saremo ancora vivi, continueremo a professare le nostre idee, a elogiare chi le porta avanti e a criticare chi le avversa. Senza partiti né soci, palesi od occulti, alle spalle. Per questo, forse, i nostri lettori si fidano di noi e crescono ogni giorno: non perché siamo il giornale di questo o di quello, ma perché siamo il loro giornale.
Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2017

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