Cose da pazzi



Cose da pazzi: chi vince non deve governare

Ieri mattina, alla festa del Fatto, durante il dibattito fra Paolo Mieli e Antonio Padellaro, è giunta notizia della lettera di Paolo Savona che chiariva la sua posizione sull’Europa (“La voglio diversa, più forte e più equa”) e ribadiva la fedeltà al contratto di governo 5Stelle-Lega che conferma i patti sottoscritti dall’Italia con la Ue, euro incluso.


Mieli, che non è proprio un piromane, ha commentato che la lettera avrebbe soddisfatto il Quirinale. Invece Re Sergio Mattarella, emulo del predecessore dalle cui forzature si era finora discostato, ha insistito a rivendicare non il legittimo potere di nominare i ministri, ma l’illegittima pretesa di impartire il suo indirizzo politico al governo e alla maggioranza. E, per giunta, senza metterci la faccia: se Napolitano, nel 2013, aveva platealmente impartito le sue direttive al Parlamento, Mattarella ha giocato la sua partita dietro le quinte: facendo filtrare i suoi veti e i suoi diktat tramite i soliti giornaloni amici, con pissipissibaubau e meline inspiegabili se non con la speranza che le manganellate mediatiche a Conte e Savona inducessero i due reprobi a ritirarsi. Ieri sera si è degnato di spiegarci il suo veto-diktat, che avrebbe avuto un senso fino a sabato, ma suonava fasullo dopo la lettera di Savona. Che, appunto, dissipa i suoi timori per la “fiducia degli operatori economici e finanziari” e smentisce quelli di una “fuoriuscita dall’euro”. Il capo dello Stato evoca l’aumento dello spread, ma dimentica quello analogo dell’estate scorsa, quando governavano i “buoni”. Brandisce l’”aumento del debito pubblico”, ma non spiega il silenzio letargico sugli ultimi governi amici, che l’hanno sempre moltiplicato. Si preoccupa per i “risparmi italiani”, dopo aver firmato il decreto di risoluzione di quattro banche decotte e quello sul bail inlast minute, definito da Bankitalia “rischio sistemico” per il sistema creditizio. Vorrebbe farci credere che, dopo quel che s’è visto in questi anni, la minaccia per i risparmi è un economista di 82 anni, già ministro di Ciampi e ai vertici di banche e imprese. Ricorda le sue perplessità per il “non eletto” Conte e poi incarica il non eletto Cottarelli per un governo degli sconfitti. E ci comunica che, degli organi costituzionali della Repubblica Italiana, sono entrati a far parte gli “investitori esteri” e le agenzie di rating. Con tanti saluti all’art. 1 della Costituzione con quel brutto accenno alla “sovranità” del “popolo”. Non faceva prima a dire che 17 milioni di voti vanno buttati nel cestino?
di Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, Lunedì 28 maggio 2018

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