30 anni di favori

Ansa

La redistribuzione delle entrate pubblicitarie tra carta stampata e tv, e all’interno delle stesse emittenti televisive, evocata ieri sul Fatto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria, Vito Crimi (M5S), rischia di provocare un grave danno alle casse di Mediaset: le tv del Biscione, infatti, da sempre raccolgono più pubblicità rispetto al loro peso di mercato. Attualmente, a fronte di ascolti medi del 30-35 per cento, si accaparrano il 55-60 per cento delle risorse destinate dai brand agli spot televisivi: se quei due numeri fossero simili, Mediaset perderebbe ricavi per circa 750 milioni l’anno.
NEL CASO CRIMI facesse quel che promette, quello gialloverde sarebbe il primo governo che, per un principio di equilibrio del sistema, arreca un danno alle tv di Silvio Berlusconi, che invece nella Prima e nella Seconda Repubblica hanno sempre goduto di un occhio di riguardo da parte della politica, chiunque fosse a Palazzo Chigi. Come dimenticare, per esempio, Massimo D’Alema che prima delle Politiche del 1996 andò a rassicurare i lavoratori a Cologno Monzese? La differenza tra gli esecutivi si misura sui binari che vanno dall’aiuto smaccato alla non belligeranza: questo è stato l’unico, vero miracolo italiano realizzato da Berlusconi.
Si parte, e viene da dire naturalmente, dal decreto salva-Biscione del governo Craxi che, nel 1985, fece riaccendere i ripetitori di Canale 5, Italia 1 e Rete 4 spenti da uno zelante pretore a fronte della situazione di illegalità del sistema radiotelevisivo. Mediaset, all’epoca, poteva trasmettere solo in alcune Regioni del Nord e non su tutto il territorio italiano. Ci pensò allora l’amico leader socialista (allora premier) a metterci una toppa, in attesa che la legge Mammì, cinque anni dopo, mettesse ordine nel sistema radio-tv, consentendo al Biscione di trasmettere in tutte le Regioni, ma con un numero di canali limitato.
POI, AL GOVERNO, Berlusconi è andato in prima persona e a quel punto di favori e “aiutini” a Mediaset ne sono arrivati di continuo. A partire della legge Tre- monti del 1994, che detassò del 50% gli utili reinvestiti nelle imprese “per l’acquisto di beni e servizi”, consentendo al Biscione un risparmio di 243 miliardi sui diritti dei vecchi film.
Nel 1997, dopo che la Consulta aveva giudicato incostituzionale la detenzione di tre reti nazionali, arrivò la legge Maccanico ma il problema non si risolse: Rete 4 era di troppo e non poteva occupare le frequenze, doveva andare sul satellite. Quella volta l’aiuto arrivò dal governo D’Alema, che concesse a Rete 4 “un’abilitazione provvisoria” a trasmettere senza concessione: si andrà avanti nell’illegalità per dieci anni, a scapito di Europa 7, cui spetterebbero quelle frequenze. La questione sarà risolta solo col passaggio al digitale terrestre.
Poi, con gli anni Duemila segnati dal Berlusconi bis e ter, i favori si sprecarono: la (finta) legge Frattini sul conflitto d’interessi (2002); la legge Gasparri sulle tv (2004) che poneva un tetto antitrust del 20 per cento, però farlocco perché lo calcolava sul cosid- detto Sic, un calderone in cui era stato infilato di tutto; gli incentivi statali per l’acquisto di decoder per il digitale (2005).
NEL 2008 Berlusconi si occupò pure di Sky, raddoppiando l’Iva alla tv di Murdoch (dal 10 al 20 per cento) e portando dal 18 al 12 per cento l’affollamento orario degli spot. Poi, nel corso degli anni, tutta una serie di condoni fiscali da cui il Biscione ha sempre tratto vantaggio, come, ad esempio, la riforma fiscale del 2003 che detassava le plusvalenze da partecipazione e permise all’ex Cavaliere di risparmiare 340 milioni di imposte nella cessione del 16,8 per cento di Mediaset detenuto da Fininvest per 2,2 miliardi.
Ma gli interessi di Mediaset riguardano pure la stretta attualità. A partire dalle frequenze della banda 700 che dovranno essere messe all’asta entro il 2022, già in ritardo sul resto d’Europa. Cercando di evitare gli errori del passato grazie ai quali – sulle bande 800 e 900 – Mediaset e Rai, per uno switch off mal gestito, detengono più frequenze di quelle che dovrebbero e, oltretutto, pagando un canone irrisorio in base alle frequenze e non al fatturato, com’era in passato.
E poi c’è la partita di Ei Towers: 2300 torri per la trasmissione tv e 1000 per la telefonia mobile, detenuta al 40 per cento dal Biscione, sulla cui restante parte Mediaset ha lanciato un’Opa insieme a F2i, il fondo per le infrastrutture di Cdp. Nella partita incombe anche il destino di Raiway, che fino a qualche tempo fa sembrava destinata a cedere parte del suo patrimonio di torri. Una torta che potrebbe interessare assai Fedele Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi. E le scelte del governo, in tal caso, saranno decisive.

  •  GIANLUCA ROSELLI 
  • Il Fatto Quotidiano
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