Questione TAV: vince il partito degli affari

L’annuncio del premier Conte che dà il via libera alle gare d’appalto per il Tav Torino- Lione è la più cocente sconfitta mai subìta dai 5Stelle in dieci anni di vita. Molto peggio dei rovesci elettorali alle Europee del 2014 e del 26 maggio scorso. Molto peggio del voto suicida per salvare Salvini dal processo Diciotti. Perchè il Movimento era No Tav ancor prima di nascere, quando Beppe Grillo già negli anni 90 sposò la sacrosanta battaglia del popolo della Val Susa contro l’opera pubblica più demenziale, anacronistica, inquinante, dannosa e costosa d’Europa.
Ma, se fossero in ballo solo le sorti del M5S, potremmo allegramente infischiarcene. Qui sono in ballo una montagna di soldi pubblici; la sopravvivenza di quella Valle martoriata e militarizzata da 20 anni di cantieri “esplorativi”; e una questione di principio: la tutela dell’interesse nazionale contro gli sperperi in opere inutili, che questo governo aveva giustamente affrontato con l’analisi costi-benefici di un gruppo di esperti, ottenendone una stroncatura senz’appell o: valore netto negativo tra i 6,1 e i 6,9 miliardi, anche considerando i fondi già usati ed eventuali, improbabili spese aggiuntive in penali e ripristino dei luoghi. Ora quel metodo viene platealmente disatteso, in nome di presunti aumenti dei fondi Ue (modesti e tutti da verificare) e di una presunta urgenza di decidere subito ciò che i nostri compagni di sventura seguitano a rinviare alle calende greche (l’Ue non ha stanziato neppure il 10% del dovuto e la Francia non ha messo a bilancio un euro, rinviando al 2038 le opere di collegamento).
Le difficoltà del fronte No Tav, che in Parlamento può contare solo sul M5S, erano stranote dinanzi allo strabordante Partito degli Affari, che abbraccia Lega, Pd, FI e FdI. Ma c'è modo e modo di perdere una partita così cruciale. Anche senza aprire una crisi di governo che porterebbe al voto e poi al trasloco di Salvini dal Viminale a Palazzo Chigi, i 5Stelle avrebbero potuto sostituire il vertice di Telt (la società italo-francese che vuol bandire le gare) per rinviare tutto a quando anche Parigi e Bruxelles avranno tirato fuori i soldi. Cioè a mai. E poi sfidare Salvini a far cadere il governo: probabilmente il Tav sarebbe finito sul binario morto. Ora, persa per persa, portino almeno la questione in Parlamento, con un ddl per revocare il trattato italo-francese. Così gli italiani saprebbero chi vuole sprecare i loro soldi e chi usarli per opere davvero utili e urgenti. Sarebbe sempre una sconfitta, ma onorevole e trasparente. Nascondersi dietro a Conte, capo di un governo a maggioranza M5S, è come perdere la partita senza neppure giocarla.
Il Fatto Quotidiano 24 luglio 2019 di Marco Travaglio

Commenti