Nuove tecnologia, stesse malattie


Li definiscono “di nuova generazione” e utilizzano questa definizione per ammantare di accettabilità i progetti di nuovi termovalorizzatori che, in parole semplici, abbattono e catturano una parte delle emissioni. In questa definizione rientra però anche il termovalorizzatore realizzato dall’ats di Milano, l’impianto Silla-2, attivo dal 2001 che, si legge, “è realizzato con le tecnologie più affidabili e innovative, per garantire il minore impatto ambientale” e “può trattare oltre 500mila tonnellate di rifiuti e produce energia elettrica e acqua calda per il quartiere Gallaratese, polo Fiera Rho-pero e diverse utenze dei comuni limitrofi”. La stessa Ats ha perciò commissionato nel 2019 una indagine epidemiologica. Un vero boomerang mediatico: risultati strabilianti e un’argomentazione che l’esempio di come si possano piegare a favore dei propri interessi.

ANALIZZANDO i numeri, infatti, viene fuori che nelle zone di maggiore esposizione e ricadute delle emissioni dell’inceneritore si registrano un alto tasso di mortalità per cause respiratorie (71%), di ricoveri al pronto soccorso per cause cardiovascolari e respiratorie (29% e 17%) e di accessi al pronto soccorso nei bambini (44%). Lo studio prova a sostenere, ripetutamente, che “gli eccessi di rischio non sono associabili con un nesso di causalità con le ricadute dell’inceneritore” e che questo è dimostrato dal “limitato apporto dell’inceneritore alla esposizione cumulativa dell’area in studio (poco più dell’1% per gli ossidi di azoto)”. Semplificando, l’analisi ricorre principalmente agli ossidi di azoto come misurazione dell’effetto del termovalorizzatore. Paolo Crosignani, medico e fisico di Isde e già primario dell’unità di epidemiologia ambientale dell’istituto dei Tumori di Milano è stato uno dei maggiori esperti a confutare i dati. “Lo studio è realizzato con una metodologia corretta, per quanto riguarda il disegno, la varietà di effetti sulla salute e la valutazione della esposizione. Proprio per questo rileva importanti effetti”. Crosignani spiega che l’epidemiologia ambientale si occupa spesso di sorgenti che emettono miscele complesse ed utilizza, per identificarne la distribuzione sia spaziale sia temporale, indicatori come un singolo inquinante (ad esempio NO2 oppure SO2). “Le sostanze utilizzate per descrivere le immissioni delle sorgenti vengono dette anche ‘traccianti’. Ad esempio, gli effetti del traffico veicolare vengono studiati in relazione alle concentrazioni degli ossidi di azoto, che sono sia un buon marcatore delle immissioni del traffico, soprattutto dei motori diesel, sia della esposizione complessiva a tali emissioni”. Ma utilizzare la mappa, ad esempio degli NO2, emessi da qualsiasi sorgente non significa comprenderne l’effetto sulla salute perché le emissioni sono costituite da miscele estremamente complesse “che comprendono numerose sostanze, alcune note o sospette di provocare sia malattie cardiovascolari sia tumori nell’uomo”. Tanto più che, nel caso dell’immondizia, le emissioni possono essere variabili tanto quanto sono variabili i rifiuti immessi. A non citare le condizioni atmosferiche, che fanno anch’esse la differenza.

IL REPORT sostiene poi che “l’area in studio presenta delle differenze sostanziali in termini di indice di deprivazione, il che suggerisce la presenza di uno svantaggio sociale importante che può potenzialmente modificare lo stato di salute”. Tradotto: visto che nell’area dell’inceneritore vivono persone di “bassa classe sociale”, pari al 43% rispetto al 26 del gruppo di controllo, questo spiegherebbe la mortalità aumentata. “Eppure – spiega Crosignani – sappiamo che la bassa classe sociale aumenta il rischio di decesso del 30% circa. Quindi la domanda è: come fa un fattore che influenza la mortalità per il 30% ad essere una spiegazione plausibile di un aumento del 71%?”.


Il Fatto Quotidiano, 31 luglio 2022

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